NEUROSCIENZE E NEURONI SPECCHIO

NEUROSCIENZE E NEURONI SPECCHIO

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      Dal punto di vista neuroscientifico, le forme di empatia si ricollegano alla capacità di entrare in sintonia/risonanza con l’altro, una risonanza che ha delle vere e proprie caratteristiche neurofisiologiche e si basa sull’esistenza di neuroni specchio descritti da Giacomo Rizzolatti insieme a Leonardo Fogassi e Vittorio Gallese (2004).
     
      I neuroni specchio sono localizzati nella corteccia premotoria dei primati e si attivano quando un animale osserva un altro animale compiere il movimento.
     
      I neuroni specchio non sono coinvolti solo nelle funzioni motorie ma anche nell’intelligenza sociale, ovvero nella nostra capacità di prevedere il comportamento degli altri in termini mentalistici, di spiegarne l’azione sulla base di una teoria della mente che si sviluppa sin dai primi anni di vita (Leslie, 1987). È possibile dunque postulare una dimensione interpersonale della mente che dipende da sistemi cerebrali che vanno dal rispecchiamento delle azioni altrui alla capacità di riconoscere le emozioni degli altri, come la paura attraverso l’entrata in funzione di una struttura cerebrale chiamata amigdala, o il disgusto attraverso l’entrata in funzione dell’insula dell’emisfero destro (Senior et al., 1997): questi sistemi ci mettono in sintonia con gli altri e possiamo considerarli come una strategia evolutiva che è alla base di valutazioni morali di tipo naturale.
 
      Un esempio è dato dagli studi sul dolore che è associato a sistemi coinvolti nell’apprendimento imitativo e nell’osservazione: quando proviamo dolore possiamo avere due tipi di reazioni, di blocco motorio o fuga, ovvero reazioni che dal punto di vista evolutivo favoriscono la sopravvivenza. Ciò permette di spiegare perché le reazioni di blocco motorio (una sorta di paralisi muscolare) vengono indotte anche se si osservano altre persone che provano dolore. In sostanza, si verificano “reazioni empatiche” basate sulle caratteristiche sensoriali del dolore provate dall’altro soggetto a carico delle stesse aree del corpo di chi osserva.
In molti altri casi non è necessario osservare direttamente quanto accade all’altro affinché si attivino “circuiti empatici”: l’esperienza ci porta infatti a immedesimarci in una situazione simile a quella che abbiamo patito e tale identificazione fa attivare strutture nervose che provocano a loro volta l’attivazione di marcatori somatici che caratterizzano un’emozione, coinvolgendoci attivamente.
 
Scritto dalla Dott.ssa Francesca Tabellione
 
Dott.ssa Erika D’Antonio

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