I PRECURSORI DEL LINGUAGGIO PER LA COSTRUZIONE DELLA MENTE INFANTILE

I PRECURSORI DEL LINGUAGGIO PER LA COSTRUZIONE DELLA MENTE INFANTILE

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Iniziamo questo articolo con alcune domande basilari, ovvero cos’ è il linguaggio e come si è evoluto nel bambino.
 
Il linguaggio è parte di un continuum che deriva dalle vocalizzazioni di numerose specie animali (da un punto di vista ontogenetico e filogenetico), dai gesti e dai sensi (i quali garantiscono il contatto con la realtà), dalla motricità, dalla relazione, dall’intenzionalità comunicativa. Questa fusione e mescolanza di elementi, il cosiddetto “sincretismo”, tipico dell’apprendimento infantile, è alla base dell’interiorizzazione progressiva del linguaggio, il quale dipende sia dalla maturazione neurologica e muscolare, sia dall’esercizio e dal desiderio di comunicare, sia dall’organizzazione spazio-temporale e dai nessi di causa-effetto (che concorrono anche a organizzare la mente infantile, il pensiero).
 
Esistono delle radici naturali del linguaggio che indicano come esso possa essere evoluto grazie allo sviluppo di quei circuiti cortico-striatali che sono alla base della produzione linguistica umana: i circuiti che formano il loop corteccia-striato-corteccia, controllano e regolano diversi aspetti della motricità, in particolare sono deputati al controllo sequenziale del linguaggio.
 
Pertanto, come hanno indicato diversi approcci neurofisiologici, le cosiddette aree del linguaggio (area di Broca e di Wernike) non hanno un ruolo unico nella gestione del linguaggio.
 
👉Come la motricità contribuisce allo sviluppo del linguaggio?
Parlare significa produrre movimenti (fonazione) e concatenare una serie di movimenti corporei tra loro, che caratterizzano la successione delle parole nel linguaggio. Questi precursori o anche definiti antecedenti del linguaggio, si strutturano a partire dai primi mesi di vita: già dai primissimi giorni di vita possiamo infatti notare le prime forme di comunicazione pregrammaticale e prelessicale quali gesti, vocalizzi, pianto e balbettio.
Inizialmente il neonato piange perché ha fame o sonno oppure per attirare l’attenzione dell’adulto. A 4 mesi può piangere quando la mamma non gli presta più attenzione e a 5 mesi quando lei entra nella stanza senza badargli. Inoltre il neonato può piangere anche quando vede un estraneo (la cosiddetta paura dell’estraneo a circa 6/7 mesi), o quando “vive” un fatto nuovo e improvviso. A partire dall’inizio del secondo anno di vita il pianto, da mezzo di comunicazione, diminuisce e lascia il posto alle parole, sebbene permanga come espressione di dolore e frustrazione.
 
Le modalità comunicative del fanciullo nel corso del primo anno di vita variano dal sorridere e tendere le braccia per essere preso in braccio, al voltare la testa dall’altra parte come espressione di dissenso o negazione, attraverso cui cerca di comunicare i suoi stati d’animo e le sue esigenze ai caregiver, alle posture del corpo, alle pause, attese, emozioni e attenzione congiunte, ovvero delle sequenze comunicative che rappresentano i presupposti per una comunicazione fluida.
 
Sin dall’inizio esiste una sensibilità al linguaggio umano: bambini di poche settimane di vita producono con il corpo dei micro-movimenti in risposta al linguaggio umano, una sorta di “sincronia interattiva”, la quale dimostra la notevole sensibilità da parte dei neonati ai suoni organizzati in linguaggio: il loro muoversi in sincronia con essi è un comportamento innato e involontario colmo di implicazioni sociali.
 
Oltre al pianto e ai gesti, il neonato produce anche vocalizzi che sono simili in tutti i contesti linguistici: durante i primi 6 mesi un bambino italiano, ad esempio, produce gli stessi suoni di un bambino svedese o giapponese.
Verso i 3 mesi fino agli 11 mesi compare la fase del balbettio, costituita da vocali semplici + consonanti (“ma, na, da, go”, ecc), e successivamente segue la lallazione (ripetizione dello stesso suono più volte, come “ma-ma-ma”). A circa 12 mesi, il bambino imita suoni specifici e nuovi non presenti nella fase del balbettio. Il passaggio dalla fase del balbettio al linguaggio vero e proprio dipende dallo sviluppo neurologico, fonetico ma anche dagli esercizi e dagli incentivi. Una caratteristica particolare è che i bambini tendono a vocalizzare maggiormente quando l’adulto parla e presta loro attenzione. Inoltre, il piccolo è capace di comprendere molte più parole prima di esprimersi verbalmente e riesce a capire i cambiamenti di tono, ad esempio girandosi verso chi parla e ha comportamenti diversi di fronte a una voce adirata o gentile. Tra i 12 e i 18 mesi vengono acquisite circa 50 nuove parole che si riferiscono a oggetti o verbi come “mangiare” e parole come “ciao”. Dai 24 mesi a 2 anni e mezzo si assiste alla cosiddetta fase di esplosione del vocabolario, in cui il bambino può acquisire fino a 7/9 nuove parole al giorno.
 
Lo sviluppo della lateralizzazione del linguaggio, nell’emisfero sinistro, dipende dunque dallo sviluppo del vocabolario e non dall’età cronologica del bambino (Neville, 1995). Tali modificazioni si correlano ad una serie di trasformazioni delle caratteristiche del cervello di tipo soprattutto strutturale: con la crescita, i processi maturativi a carico delle fibre nervose e il processo di “potatura” delle sinapsi e di riduzione del numero di neuroni si diffondono a tutto il cervello ma esiste anche una stretta correlazione fra maturazione linguistica e maturazione (mielinizzazione) delle vie nervose che associano tra di loro i diversi snodi della rete del linguaggio.
 
Dott.ssa Francesca Tabellione
Dott.ssa Erika D’Antonio
(Bibliografia: il cervello che impara, geografia della mente, Alberto Oliverio)

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